Cerca: Editoriale, spesa pubblica

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Che fine ha fatto la spending review?

Parola magica per almeno due anni, testimone delle nostre conversazioni a cena e dei discorsi in Parlamento e in televisione, la “spending review” scivola lentamente fuori scena, senza rimpianti e senza grandi applausi. Non è la sola, insieme a lei si eclissa la speranza, invero fallace, che tecniche raffinate di analisi della spesa possano portare a risparmi veri e duraturi senza una riforma sostanziale dell’apparato pubblico. Questa constatazione viene rafforzata in questi giorni da due documenti significativi. Il primo è il rapporto “Prospettive della finanza pubblica dopo la legge di stabilità”, approvato la settimana scorsa dalle Sezioni Riunite della Corte dei Conti; il secondo spunto è il libro di Marcello Degni e Paolo De Ioanna “Il vincolo stupido” in cui gli autori intrecciano l’analisi del panorama europeo, con le sue rigidità a volte “stupide”, con quella di una politica italiana che non riesce a ricreare le condizioni per la crescita.

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Costo della politica e stipendi dei parlamentari: siamo a rischio di S.P.V.?

Ho seguito in questi giorni con grande attenzione il dibattito sul cosiddetto costo della politica e sugli stipendi e i privilegi dei parlamentari, per altro riportato anche sul nostro sito. Credo che sia un dibattito assolutamente necessario in un momento di gravi sacrifici per tutti, ma che, se lo semplifichiamo troppo e non ne vediamo i lati meno evidenti ed emotivi, ci può portare completamente fuori strada, innescando invece che una vigile e coraggiosa ragione riformatrice, un empito passionale sterile quanto caduco. Insomma quello che Huxley nel suo “Il Mondo Nuovo” chiama un “surrogato di passione violenta” un S.P.V. appunto, che ci lascia sedati e soddisfatti, mentre tutto va avanti come prima. Un segno del pericolo in questo senso mi è arrivato dal furore polemico con cui sono state stigmatizzate da una parte della stampa le dichiarazioni del Presidente dell’ISTAT, Enrico Giovannini…

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La tua idea per una PA migliore

In occasione del lancio del nostro “concorso di idee” per una PA migliore, questo editoriale vuole essere insieme un appello e un invito. Un appello a non arrenderci, ma a combattere coraggiosamente il pensiero semplicistico, ma pericoloso e diffuso, che vede qualsiasi spesa pubblica, quindi in primis la PA nel suo complesso, come il grande imputato della crisi: basta tagliar lì, ridurre i numeri e le funzioni, bloccare stipendi e turnover, abbassare il livello dei servizi o limitarli solo ai “poveri” e tutto va a posto…E non si venga poi a parlare di innovazione: ne riparleremo quando la crisi sarà passata! Ma il mio intervento è anche e soprattutto un invito a dire la vostra per essere protagonisti e rispondere a questo messaggio rozzo e spesso in malafede con la forza delle idee: prendendo onestamente atto che sprechi da combattere ci sono eccome, ma che sono il più delle volte là dove non li cerchiamo, che la conservazione tout court dell’esistente è impossibile e perniciosa, che per uscire dalla crisi ci vogliono innovazione e nuovi paradigmi e le forbici non bastano.

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Un new deal per progettare un nuovo ruolo del settore pubblico e una PA che funzioni meglio e costi meno

Ancora le cifre sono ballerine, ma si parla per il prossimo biennio di più di otto miliardi di tagli nelle spese dei Ministeri e di circa altrettanto per gli Enti locali e le Regioni. Forse alla fine qualche taglio sui tagli ci sarà, ma si tratta comunque di cifre enormi che vanno a gravare su bilanci già ridotti dalle precedenti manovre. Di fronte a questa debacle che fare? attendere passivamente che arrivi la falce tenendo il più possibile la testa bassa? provare a spuntare qualcosa a spese dei nostri vicini, come “polli di Renzo” tutti comunque destinati a una brutta fine? oppure provare a rilanciare, a prendere l’iniziativa, a immaginare un altro paradigma, un nuovo e diverso modo di intendere il settore pubblico, un new deal appunto, un “nuovo corso”, che si interroghi su quale modello di amministrazione pubblica serva ora al Paese e rifletta su un nuovo ruolo che il “government” può e deve avere nella società italiana per favorirne la ripresa e per contribuire a rimetterne in moto le energie vitali?

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Dirigenti. Ma che vogliamo da loro?

Una lettera, una delle tante che mi arrivano di questo tenore in questi mesi, mi racconta la situazione di un dirigente in un settore a forte innovazione di una città media, alle prese con la difficile missione di innovare nonostante tutto. Non può incentivare nessuno, non può spendere, non può formarsi, non può neanche partecipare a incontri formativi o a momenti di confronto, perché persino le spese per trasferta sono state decurtate senza giudizio discriminante, ma solo con il criterio del taglio lineare. Insomma non può che negare con i fatti quel “governo con la rete”, quell’apertura di idee e di orizzonti che tutte le riforme dichiarano a parole.
In questi casi mi viene da pensare che il legislatore sia strabico e che la mano sinistra non sappia quel che fa la mano destra.

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Finanziaria: comma 176, la soluzione finale

Mentre scrivo, la bagarre intorno alla legge finanziaria è al culmine, tra emendamenti di ogni provenienza che seguono percorsi carsici, apparendo e scomparendo a comando. Mi muovo, quindi, con cautela nella mia reazione all’ennesima prepotenza della “dittatura del rubinetto” che rischia, una volta di più, di tagliare insieme al grasso presunto, il tessuto vivo e connettivo della nostra democrazia.

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Lo spreco

Questa settimana ospito volentieri un contributo sulla lotta allo spreco che arriva da Mauro Bonaretti, direttore generale del Comune di Reggio Emilia.
Esiste effettivamente la possibilità di combattere gli sprechi nella PA e in particolare nella PA locale che è stata già tanto tartassata da tagli e da instabili patti di stabilità?
Sì, risponde Bonaretti, “gli ambiti di recupero della spesa, nelle situazioni di normalità, sono consistenti, ma richiedono ragionamenti più raffinati e il rumore delle affermazioni grossolane non aiuta a risolvere le questioni reali e semmai, al contrario, continua a consentire di tenerle nascoste.”  Purtroppo, argomenta ancora,  “la discussione che si sta sviluppando sull’efficienza dell’amministrazione pubblica sta assumendo contorni di una superficialità imbarazzante. Da destra a sinistra il dibattito si rivela confuso, convulso, semplicistico, demagogico. Dai fannulloni, ai tagli della politica, alla battaglia delle consulenze, ai risparmi in tempi di crisi, alla guerra agli sprechi e alle auto blu, agli scoop sulla cattiva amministrazione.”

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Tagliare gli sprechi, non i servizi

Non è certo che la crisi stia finendo (speriamo, ma i dati sono contraddittori), ma quel che è certo è che le risorse delle amministrazioni, specie quelle locali, sono sempre di meno, mentre la situazione socioeconomica dei cittadini comporta bisogni specularmente crescenti. Da sempre l’unico rimedio possibile, se non si vogliono alzare le tasse, deprimendo ancor più la disponibilità delle famiglie e quindi la domanda, è l’aumento dell’efficienza e la razionalizzazione della spesa. Qui c’è certamente molto da fare, ma ci troviamo in un campo minato: su uno stretto crinale tra la virtuosa eliminazione degli sprechi e la rincorsa a “spendere meno” sempre e comunque che, come ben abbiamo sperimentato, è una scelta a dir poco miope. Due temi in questi ultimi giorni mi inducono a riprendere il tema della qualità della spesa: entrambi abbastanza spinosi.

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